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Nel 2000 in Campania erano fallite 25.829 imprese, nel 2007 il numero è salito a 31.494.
In sette anni è cresciuto anche il numero di imprese attive nella regione, ma parallelamente l’incidenza dei fallimenti è passato dal 6,2 al 6,8 per cento con un incremento del rischio di fallimento del 10,4 per cento. Complessivamente in Italia l’anno passato sono fallite quasi 246 mila imprese, il 9,3 del totale, mentre nel 2000 avevano chiuso i battenti 210 mila aziende con un’incidenza del 4,3 per cento. È evidente dunque che il fenomeno sia in crescita e desti preoccupazione. Il dato della Campania non è il peggiore d’Italia ma è di gran lunga il più rilevante del Mezzogiorno. Considerato che il numero di imprese è mediamente molto più consistente nelle regioni centro settentrionali, i fallimenti in Campania suonano come un sorta di campanello d’allarme. C’è da dire, tuttavia, come contraltare, che la Cgia di Mestre sottolinea che le microimprese diffusissime in tutto il Mezzogiorno hanno tenuto.
Nel 2007 fa notare il segretario Giuseppe Bartolussi hanno chiuso per fallimento solo il 3,8 per cento delle aziende sotto i venti addetti. Nel 2007 tra le piccole e medie aziende comprese tra i 20 e i 199 addetti, ha chiuso i battenti il 22,5 per cento delle imprese, mentre nei sette anni precedenti la chiusura è aumentata del 45,1 per cento. Tra le grandi aziende, invece, il numero di imprese in stato di fallimento ha riguardato 211 unità. Rispetto a sette anni prima il rischio di fallimento è aumentato addirittura del 65,5 per cento. Il rischio di fallimento in Italia, dal 2000 al 2007, è cresciuto mediamente considerando tutte le classi di imprese del 9,3 per cento. Tra le regioni, l’anno scorso quelle che hanno registrato il maggior numero di fallimenti sono state ancora Lombardia e Lazio, rispettivamente con oltre 42 mila e oltre 38 mila cessazioni. Limitata però l’incidenza dei fallimenti sul totale delle imprese: 10,2 per cento, ovvero in calo rispetto al 2000.
Fonte CorrierEconomia




